"Circolo Letterario Nicola Caporale" 
Associazione Culturale

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Nicola Caporale
( Niccolò di Calabria )
Novelliere, romanziere neo-realista, poeta elegiaco, pittore, bozzettista, macchiaiolo e impressionista.

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BIOGRAFIA di Nicola Caporale
 
Nicola Caporale nasce in Badolato (CZ) il 25 gennaio del 1906 da Giuseppe e da Rosa Gallelli.
   Rimane orfano di madre all'età di dieci anni, assieme a due sorelle: Vittorianna, di appena tredici e Raffaelina, di sei.
   La mancanza della madre lo segna per tutta la vita e ciò traspare dalle sue opere poetiche, intrise da una sottile nostalgia, che spesso si trasforma in malinconia.
   Vivendo accanto a uno zio, proprietario terriero, ha l'occasione di trascorrere lunghi spazi di tempo in mezzo ai campi, accanto ai garzoni, ai maniscalchi, ai frantoiani, ai mietitori, ai potatori, ecc., ai quali cerca di carpire i segreti del loro mestiere, scoprendo, in ogni gesto, quella sacralità che un giorno consacrerà nei versi migliori e, dotato di uno eccezionale spirito di osservazione, conserva nel suo cuore le immagini della vita agreste che, da adulto, esprimerà in tutta la sua opera.
   Frequenta la scuola elementare nel vecchio borgo di Badolato, dove conosce la disciplina scolastica propria dell'epoca e, nel tempo libero, si trastulla per le strade coi compagni o entrando nelle suggestive botteghe del Borgo, dove apprende il sapere vero che gli sarà di supporto nella sua creatività adulta.
   è un fanciullo che ama il rischio e l'avventura: un giorno arriva in piedi su un asino, cosa che gli costerà un solenne castigo. 
   Partecipa volentieri con i compagni agli scherzi di gruppo propri dell'età, facendo disperare più di una persona per il suo spirito burlesco.
 Terminata la scuola primaria, entra nel Convitto Nazionale di Monteleone (odierna Vibo Valentia), dove frequenta il ginnasio.  
   Si trasferisce, quindi, al Galluppi di Catanzaro, dove frequenta il liceo classico da esterno, abitando in una pensione.
   Durante il Liceo scrive il suo primo volume di novelle, intitolato "Le mie rose" che pubblicherà nel 1928.
   Trascorre la giovinezza tra i libri e, nelle serate estive, non disdegna la compagnia degli amici, con i quali si diletta in lunghe passeggiate o a organizzare serenate suonando il violino.
   Nel 1927 incontra Francesca Cuppari, una giovane insegnante elementare venuta dalla lontana  Reggio Calabria.
   Colpito dalle sue innumerevoli doti, quali: saggezza, professionalità e cultura, intelligenza, serietà, eleganza, bontà, semplicità, ecc., pensa di portarla all'altare; ma, non possedendo ancora una indipendenza economica, decide di prendere il diploma magistrale che gliene avrebbe aperto più rapidamente la strada e, infatti, inizia subito la sua attività di educatore nel 1929.
   Nel 1930 realizzerà il suo sogno d'amore sposando la sua Franca che amerà per tutta la vita di un amore sempre fresco e che col passar del tempo diventerà sempre più maturo e sempre più saldo.
   Una delle figlie ricorda che ogni mattina, salendo dal giardino, portava un fiorellino per lei che, portandogli il caffè nel suo studio, doveva dargli un bacetto (e non permetteva che altri avesse questa incombenza o che fosse presente).
   La loro fedeltà durerà per tutta la vita  (festeggeranno i 50 anni e i 60 anni di matrimonio con una famiglia sempre più allargata e sempre più unita formata oltre che dagli   otto figli, sette femmine e un maschio: Rosetta, Giuseppina, Giuseppe, Ornella, Luisetta, Domenica,  Graziella e Lucia - le due gemelle - anche dai numerosi nipoti e pronipoti). 
   Riprende gli studi nel 1936  iscrivendosi alla Regia Università di Messina, dove si  si laurerà  in materie letterarie ( 25 novembre 1941).
   Nel frattempo svolge la sua attività di insegnante quasi sempre nelle scuole elementari di Badolato, paese che amerà in maniera viscerale e dal quale non sarà capace di allontanarsi, nemmeno con prospettive migliori, sia per la sua carriera sia per i figli. Infatti, quando avrà l'opportunità di restare a Firenze, per dove aveva chiesto e ottenuto il trasferimento nel 1949, vi resterà soltanto per quell'anno scolastico. 
   A Firenze, frequentando i cenacoli culturali, ha l'opportunità di conoscere personaggi noti con i quali mantiene a lungo rapporti epistolari.
  Con questa città  manterrà sempre un sottile legame nostalgico (più in lì manderà le ultime tre figlie a completare gli studi di scuola superiore).
   Nel 1950 rientra al suo paese di origine, dove vi resta ancora solo per un anno infatti nel 1951, in seguito alla alluvione che trascina via metà del paese, è costretto dalle autorità locali a lasciare la casa dove abita, perchè pericolante, quindi da demolire, (ancora è lì); ma non gliene viene offerta alcuna in cambio ed è costretto così a trasferirsi con la numerosa famiglia a Soverato, dove vi rimane fino al dicembre del 1955, in via Trento e Trieste e da dove viaggia ogni giorno per Badolato Superiore, assieme alla moglie, facendosi spesso a piedi il tratto di sette chilometri che separa la stazione dal Paese.
   In seguito, man mano che vengono costruite le case popolari nella marina di Badolato e vengono aperte alcune classi per i residenti, verrà loro assegnata, come maestri alluvionati, una casa nel nuovo paese in costruzione, e lì resteranno per sempre.
   Per alcuni anni chiede di insegnare lettere nella scuola Media di Badolato; ma ben presto ritorna alla sua amata scuola elementare.
 Va in pensione nel 1972, ma non entra in crisi per questo, perchè i suoi interessi sono vari e molteplici.
   La sua giornata è cadenzata da orari quasi certosini: si alza presto e scende in giardino, dove trascorre le prime ore della giornata a curare le sue amatissime rose e i suoi gelsomini; porta a passeggio il cane, suo fedelissimo amico e compagno inseparabile da sempre nelle sue lunghe passeggiate di caccia, quindi, sale in casa; fa le sue pulizie ed entra nel suo studio di cui è custode gelosissimo e dove la moglie gli porta il famoso caffè, quasi un rito.
 Scende di nuovo in giardino, e poi entra nel suo laboratorio dove fa di tutto: dipinge, scolpisce, lavora al tornio, ripara oggetti rotti, ecc.verso le undici risale e si chiude nel suo studio dove o studia o scrive,a macchina con la vecchia Olivetti o a mano nei suoi "zibaldoni", come li chiamava lui, i suoi pensieri, le sue riflessioni che spesso diventano componimenti poetici.
   Ama pure divertirsi con gli aggeggi moderni: è uno dei primi in Badolato ad avere avuto un apparecchio radiofonico (abbonamento n.4  nel distretto di  Davoli); si fornisce di magnetofono; possiede, nel tempo e poi contemporaneamente, più di una macchina fotografica  ( si conservano molte fotografie, oggi storiche, sugli avvenimenti di Badolato).
   Prende la patente a cinquanta anni e,  indossata la tuta da lavoro, col fucile in spalla e il cavalletto per dipingere, nel portabagagli, parte con la sua "Giardinetta" per la montagna, facendosi accompagnare, a volte dai giovani  nipoti più grandi  ( Domenico e qualche volta  Sas�) e da qualche loro amico (Pasqualino Nisticò), dove si ferma o per scattare foto, o per dipingere o per andare a caccia, ma più spesso per cercare la terra di bosco con cui nutrire le sue numerosissime piante, allora uniche nel territorio: cycas, araucaria, cedro del Libano, sterlitze; comunque non disdegna le piante più comuni quali la quercia, l'elce, il pungitopo, l'agrifoglio ecc., od anche gli umili cespugli o i semplici fiori di prato.
 Cure particolari, però, sono riservate alle rose e ai gelsomini; ne ha di tutte le specie: dalla rosa lillipuziana alla rosa dalle cento foglie; lui stesso si cimenta negli innesti più stravaganti fino a produrre la rosa blu.
   Oggi parecchie piante non ci sono più, si sono perse durante la sua malattia durata otto anni;  sopravvivono le piante più resistenti che le figlie per devozione verso di lui, facendosi aiutare, custodiscono in sua memoria.
   Restano anche alcune delle numerose giare in terracotta, antiche; molte sono state distrutte dagli operai nella ristrutturazione del cortile.
   Nel 1986, anno del suo 80° compleanno, qualche mese dopo essere stato festeggiato dall'Amministrazione Comunale e dalla Pro Loco,  (rispettivamente con  due targhe  ricordo), e dalla Scuola, che manda a casa due insegnanti con i rispettivi alunni , viene colpito da ictus cerebrale, in seguito al quale perde l'uso del braccio destro e dell'arto inferiore destro e, cosa peggiore, della parola e della scrittura, ma non perde la sua lucidità mentale che conserverà vivida fino alla fine dei suoi giorni.
   Soffre molto, ma non lo fa pesare; collabora con molta pazienza con chi lo aiuta ad esprimersi in qualche maniera, scoppiando in clamorose risate quando si equivoca sulle sue risposte; può dire soltanto sì e no e, per capire cosa voglia, occorre porgli molte domande e per esclusione arrivare a capire ciò che chiede.
 Se  può comunicare i suoi desiderata, però, non può più dirci i suoi pensieri, le sue sensazioni, le sue emozioni che traspaiono spesso soltanto col pianto di gioia o di sofferenza.
 Chi può dimenticare il suo pianto di dolore quasi disperato quando legge la notizia di "Badolato, paese in vendita"? O il suo pianto di commozione al solo vedere il nome "Badolato"  sulla Gazzetta del Sud? 
   E' uno strazio, perchè, come si diceva prima, nutre per il suo paese un amore viscerale.
   Sì, legge il giornale ogni mattina, ma gli costa fatica, perciò chiede alla moglie di leggergli le notizie più interessanti; segue i telegiornali e le trasmissioni televisive; ascolta con piacere chi gli legge brani dei suoi libri, ma si stanca presto; però non si scoraggia, non demorde; vuole scrivere e ogni mattina, dopo il consueto caffè, non scende più nel suo amato giardino,ma prende in mano la penna con la sinistra e scrive, scrive; ma che cosa?
   Tante parole senza senso a prima vista;  una delle figlie, però, dopo qualche tempo, si accorge che ne scrive 21 in ordine alfabetico, un giorno con l'iniziale maiuscola e un giorno con l�iniziale minuscola, quasi per non dimenticare quell'alfabeto che aveva insegnato ad altri per una vita.
 Nel 1990, già ammalato festeggia i suoi 60 anni di matrimonio; ha la gioia di avere attorno tutti i figli e quasi tutti i nipoti con i quali partecipa alla Santa Messa, concelebrata, nel suo studio, dal suo parroco don  Salvatore Tropiano e dal suo amico Padre Nicola Criniti.
   Questi, dopo avergli dato gradualmente le risposte esistenziali a quel suo cercare per tutta la vita, tramite la figura di S. Francesco, da lui  ammirato da sempre, pian piano lo aiuta a superare anche quella ritrosia e quel  pudore, proprio della nostra gente, verso la Fede.
Negli ultimi mesi della sua vita, aiutato dai familiari  e confortato dal suo parroco, inizia la pratica dei nove primi venerdì del mese con una fede così profonda che sfocia ogni volta in un pianto liberatorio.
   Il 23 giugno 1994 termina i suoi giorni serenamente, addormentandosi in quella   pace che ha cercato per tutta la vita; in quell'Infinito cui è stato proteso da sempre.
 


Firenze 1949

 

 

  


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