Nicola Caporale  ( Niccolò di Calabria )
  Novelliere, romanziere neo-realista, poeta elegiaco, pittore bozzettista, macchiaiolo e impressionista.
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Il mio paese (poema), Ed. Gabrieli, Roma 1983.
Autore Nicola Caporale

    Testo completo del libro

versi 473 / 495

La fame per la terra sempre sparse
i tuoi figlioli, e ancor lungi li caccia
a quello stesso treno de la sera.
Oggi si parte verso il Nord. Allora
si affrontava l'ignoto in braccia al Fato
per ben tre mesi d'acqua, lunghi e neri.
Si dissolveva il giorno sopra i monti,
quando giungean gli amici, e la rughella,
davanti all'uscio, come al dì nefasto,
a dar l'addio a chi si dipartiva
col dubbio in seno di non più vedersi.
Le amiche, coi bagagli issati in testa,
eran già per la via verso il Girone,
dove aspettava il carro col bovaro
pere trasportare tutto a la stazione.
Ma lì, davanti all'uscio, ognuno abbraccia
il partente; altri lo incoraggia, altri lo aiuta
a trasportare il sacculo ed intanto
piange la mamma silenziosamente.
Singhiozza la sorella con la sposa,
che regge in braccio l'ultimo figliolo,
mentre altri le si attaccano a la gonna,
piangendo anch'essi come fontanelle.

 

 

 

 

 

 

versi 2086 / 2138 - Tempio della Sanità

Or se lo sguardo levi oltre le mura,
un grande pino su quel colle scorgi
tra tanti ulivi che gli fan corona.
Lassù, tu giungerai per arduo calle,
di rovi e di corbezzoli coperto
finché su tanta vetta un piano tocchi.
Lassù tu noterai d'una chiesetta
antiche mura screpolate e grige.
Chiesetta solitaria in cima al colle
tra verde e cielo come orante frate,
a te si volge con fiducia pìa
l'umile gente, quando all'uscio addio
sommessa dice la salute, e il cuore
tremante piange e fa voto d'amore.
Qui, tra gli ulivi cheti, sale il Verbo
de l'inquieto viandante senza pace,
e qui depone l'incalzante angoscia;
infin qui cessa la miseria umana.
Anche il ricco signor, misero e amaro,
per la sua ricchezza non per sé goduta,
del parente dimentica l'attesa
che farebbe ingrassar la sua agonia.
Tutto dintorno la natura volge
silenti passi di giù, da colli opimi,
inghirlandati di festoni e d'uva,
ed umilmente a Te i suoi frutti dona,
mentre sommessa l'alta scura cima
sentinella superba a la Tua porta,
il vecchio pino con suo gran cappello.
Al cielo dice ed ai venturi il fiume
di miserie e di pene e di sventure
ai tuoi piedi sfociato, e come ancora
al cuore nero, luce nuova dona.

O della Sanità dolce madonna,
cui la miseria umana ai piedi giace.
Tu, che cancelli da la carne il morbo,
perdona chi, perfino, mutò giorno
a le onoranze de l'antico voto:
egli non sa e l'impeto non coglie
della tempesta che sconvolge dentro
la densa dolorante ora funesta
d'un cuore, grumo fatto da la notte.
Il cielo addolce la chiesetta e il mare
che da lontano anche esso a Te sorride.
Di dolcezza Tu avvolgi anche colui
che, distratto, dimentica il Principio
animatore de le cose tutte.
O dolce volto, che di amore colmi
l'anima triste, quando a Te si volge
la chiara infanzia e la sconvolta estate,
umile e prono innanzi a Te depone
un gran serto di rose oggi il Poeta.